Il circuito automobilistico del Valentino

“Ricordi quelle sere, passate al Valentino, col biondo studentino...” così abbiamo cantato da bambini innumerevoli volte, almeno coloro di noi che hanno ormai una certa età. Ma non è di romantiche storie d’amore consumate passeggiando all’ombra di alberi secolari lungo le sponde cittadine del fiume Po che vi vogliamo narrare, non è affar nostro, per quanto si tratti pur sempre di una storia fatta di sentimenti forti quella di cui ci accingiamo a scrivere.
L’amore che una città e la sua gente ha sempre nutrito nei confronti dell’automobile e, come logica conseguenza, dell’automobilismo sportivo.
Una veduta della fabbrica SCAT
Dimostrazione inconfutabile di questo inossidabile amore è testimoniata dal fatto che già nel primo decennio del 1900 a Torino erano nate e risiedevano numerose case automobilistiche più o meno grandi. Molto più numerose che in altre parti d’Italia. Non intendiamo alludere esclusivamente a Fiat e Lancia, le uniche a essere sopravvissute fino ai nostri giorni.
Intendiamo fare riferimento, solo per citarne alcune, alla Ceirano, nata addirittura nel 1899, la cui sede societaria risiedeva al numero 9 di Corso Vittorio Emanuele; alla SCAT di Via Madama Cristina; alla Standard di Viale Stupinigi (ora corso Unione Sovietica); alla SPA, acronimo della Società Piemontese Automobili; ma anche alla Casa Antonio Opessi, con sede in Corso Principe Oddone, dove venne progettata e realizzata la “Temperino” un’autentica utilitaria con motore non superiore ai 1000cc; alla Diatto, i cui stabilimenti erano racchiusi nel quadrilatero costituito dalle vie Frejus, Cesana, Moretta e Revello nel quartiere San Paolo e, in tempi più recenti, erano i primi anni ’40, Cisitalia nella sua sede di Corso Peschiera.
Come si stava dicendo, fra Torino e l’automobile fu amore a prima vista e, come in ogni storia d’amore che si rispetti, i due innamorati non poterono limitarsi a un rapporto freddo e distaccato fatto solo di produzione, vendite e profitti.
Accantonata la proverbiale riservatezza tutta sabauda, la città non potè che entusiasmarsi anche per l’automobilismo scoprendo il risvolto prettamente sportivo dell’automobile intesa non più, o non solo, come semplice veicolo per la locomozione, ma anche come mezzo di affermazione sportiva.
D’altro canto le gare automobilistiche nacquero anche per dimostrare l’accresciuta affidabilità del nuovo mezzo di trasporto.
Tra le prime manifestazioni ideate e organizzate nella capitale della neonata industria automobilistica, Torino, ricordiamo la Sassi-Superga e la Susa– Moncenisio, due gare di velocità in salita che videro entrambe il proprio debutto nell’anno 1902.
Nonostante ciò a Torino non vennero mai effettuate gare di velocità causa l’assenza di un circuito dedicato a tale disciplina automobilistica. Di per se una circostanza assai bizzarra. L’handicap venne colmato nel 1935 anno in cui i dirigenti della sede di Torino del RACI (Reale Automobile Club d’Italia), in accordo con il Comitato Manifestazioni Torinesi, realizzarono il proprio circuito Automobilistico presso il Parco del Valentino inaugurandolo domenica 7 luglio.
L’auspicio di tutti, dopo alcuni anni di necessario rodaggio, era quello di riuscire nell’intento di inserire il circuito del Valentino in quel novero di autodromi in grado di ospitare manifestazioni di spessore internazionale onde dare lustro a Torino e alla sua industria automobilistica.
Per la gara del debutto il viatico migliore fu rappresentato dalla tripletta delle vetture, Alfa Romeo, della Scuderia Ferrari. Dalle cronache dei giornali dell’epoca possiamo leggere: “Meraviglioso veramente il percorso, snodantesi per 4.088 metri in un lungo anello attraverso il celebre parco torinese in riva al Po, dal piazzale antistante il Castello del Valentino al lungo viale ricco di sinuosità e di dislivelli che risale il fiume passando accanto al romantico Borgo Medievale e sotto il tunnel del Ponte Isabella sino al nuovo ponte Vittorio Emanuele III, per ritornare con una successione di curve non tutte facili al punto di partenza, dopo aver contornato il Palazzo della Mostra della Moda, e il laghetto. Strade tutte asfaltate, ottime, larghissime e tuttavia ricche di difficoltà – ce lo dicono le medie non molto elevate – per l’assenza di rettilinei veri e propri e per l’insidiosità delle curve, quasi tutte non rialzate, ed anzi taluna in contropendenza. In complesso un circuito ove, più che la velocità assoluta o la bontà della macchina, contava la valentia del guidatore, e la sua audacia; quindi più che adatto quale vaglio severo per il campionato italiano conduttori”.
Per dovere e completezza di cronaca ricordiamo i nomi degli alfieri che, nell’ordine, portano su tutti e tre i gradini del podio le Alfa della Scuderia Ferrari: niente meno che il Mantovano Volante Tazio Nuvolari, Brivio e Pintacuda.

Il Principe di Piemonte dà il via al circuito del Valentino del 1937
Il II° circuito di Torino si corse due anni dopo, il 18 aprile 1937. L’attesa per l’evento era grandissima, quasi palpabile, si calcolò che assistettero alla gara non meno di 50.000 persone, nonostante l’assenza di una sicura attrazione come Nuvolari, che patì un infortunio durante gli allenamenti. Il parterre delle Autorità era assolutamente di prim’ordine.
Fra tutti spiccava, nel ruolo di starter delle gare, Sua Altezza Reale il Principe di Piemonte oltre a numerosissime autorità dell’epoca quali il Podestà Sartirana, il Prefetto Oriolo, il direttore generale del RACI Magnani e molti altri.
Questa volta però i risultati furono al di sotto delle aspettative. I concorrenti avrebbero corso divisi in due distinte categorie, fino ai 1500 cc e oltre i 1500 cc. Per quanto riguarda la classe maggiore, ascoltiamo la cronaca di Auto Italiana: “Per circa due ore le quattro macchine Alfa Romeo della 5 Scuderia Ferrari pilotate da Brivio, Farina, Trossi e Pintacuda sono passate davanti agli occhi degli spettatori senza suscitare un brivido o un entusiasmo qualsiasi. Gli unici spostamenti nella posizione di comando sono stati prodotti dalla necessità di fermarsi a mettere acqua nel radiatore, perché le macchine, costrette per più di due terzi del percorso a girare sui rapporti bassi, producevano surriscaldamento ai motori. Per quattro giri è stato in testa Brivio, poi per 12 Farina, poi dal 17° al 60° finale ancora Brivio”.

Per ben nove lunghi anni calò il sipario sul Circuito del Valentino, furono anche gli anni sciagurati della Seconda Guerra Mondiale.
Con la ripresa, e il tentativo di un’intera nazione di risollevarsi e di ritornare il più rapidamente possibile alla normalità, venne rispolverato il circuito cittadino del Valentino. Correva l’anno 1946 e nelle vesti di organizzatore al RACI subentrò il neonato Automobile Club d’Italia.
Alfa Romeo 158 “Alfetta”
La sua sede di Torino organizzò due gare, il “1° Gran Premio di Torino”, abbinato alla Lotteria della Solidarietà Nazionale, che riprendeva la tradizione della Lotteria di Tripoli, e la Coppa Andrea Brezzi, da disputarsi due giorni dopo. La gara della classe maggiore vide la vittoria di Varzi su Alfa Romeo 158 detta “Alfetta” che percorse i 60 giri previsti, per un totale di poco superiore a 283 chilometri, in 2 ore e 35 minuti a una media di 109,088 Km orari.
La manifestazione del 1946 si segnala inoltre per essere stata la prima gara disputata con i nuovi regolamenti introdotti proprio in quell’anno e che, di fatto, sancivano la nascita della Formula 1.
La Formula 1 venne per l’appunto creata nel 1946 dalla Commissione Sportiva Internazionale come la classe più alta di corse automobilistiche per monoposto scoperte dell’automobilismo mondiale. All’inizio era conosciuta come Formula A ma ne venne cambiato il nome dopo appena due anni a causa della nascita della Formula 2, e diventò ufficiale nel 1950. L'idea di organizzare un campionato mondiale venne formalizzata nel 1947.
In principio la formula si basava largamente sulle regolazioni della cilindrata del motore, che era soltanto di tipo supercompresso, fissate durante gli anni trenta. Prima del 1938 venivano ammessi a gareggiare nella stessa stagione, e in particolare nel 1936, sia propulsori di 3.8 litri (Alfa Romeo), sia di 5.6 litri a V12 (Mercedes) e infine quelli a 6.0 litri della Auto Union. Nel 1938 la cilindrata venne limitata a 3.0 litri. Il nuovo regolamento del 1946 prevedeva un nuovo equilibrio per le vetture tra i motori supercompressi già esistenti e quelli aspirati. Vennero ammessi i tipi di motore aspirato da 4.5 litri, e quello supercompresso da 1.5 litri denominato con il vecchio termine francese "Voiturette" montato sulle vetture da Grand Prix precedenti allo scoppio della guerra. Tutti gli altri motori supercompressi vennero esclusi.

Non possiamo parlare di automobilismo e delle gare disputatesi al Circuito del Valentino senza accennare a uno dei beniamini cittadini.
Giuseppe Farina detto “Nino”
Il pilota Giuseppe Farina.
Il 30 ottobre del 1906 veniva alla luce a Torino Giuseppe Farina, detto "Nino", il pilota che si aggiudicò il primo Campionato del Mondo di Formula 1 del 1950 e che ebbe anche il merito di conquistare la prima pole, la prima vittoria e il primo giro più veloce nella gara inaugurale di Silverstone.
Già vincitore di altri Gran Premi prima dell'istituzione di una "serie mondiale", Farina trionfò nel 1950 anche in Svizzera e in Italia, portando al successo la straordinaria Alfa Romeo 158 dell'invincibile scuderia ufficiale, che comprendeva anche Juan Manuel Fangio e Luigi Fagioli.
Figlio di un abile carrozziere e nipote dello specialista del ramo GiovanBattista (detto "Pinin"), Farina iniziò a correre giovanissimo, non trascurando però gli studi, che lo portarono a laurearsi in Legge e ad aggiungere un tocco di raffinatezza alla sua già rilevante personalità. Il suo coraggio e la sua determinazione, che gli diedero grandi successi ma che lo resero protagonista di spaventosi incidenti, gli consentirono di primeggiare fin dagli anni '30, sia nelle gare di velocità che di durata.
Ritiratosi definitivamente dalle corse nel 1955, dopo aver tentato anche di misurarsi nel prestigioso GP di Indianapolis, Farina affrontò la "pensione" in una condizione sociale ed economica di primo livello, ma dopo essere scampato al fato nel corso di tante gare, un incidente stradale lo privò della vita all'età di 60 anni. Ancora oggi Giuseppe Farina rimane, insieme ad Alberto Ascari, l'unico Campione del Mondo di Formula 1 di nazionalità italiana.

La partenza del Secondo Circuito Internazionale di Torino – 12 ottobre 1947 In prima fila la Talbot di Charles Pozzi con il n° 1 2 e le due Maserati di Villoresi e Ascari. La vettura di Sommer è in seconda fila sulla destra, mentre un meccanico la sta ancora sistemando prima del via
Del secondo Circuito Internazionale di Torino, corso il 12 ottobre 1947 e riservato a vetture sport, si disse che era stata “la più bella corsa dell’anno”. Sicuramente fu interessante, anche se non appassionante o ricca di colpi di scena, perché la vittoria di Sommer con la dodici cilindri Ferrari, dal quindicesimo giro in poi, non fu mai in discussione.
La gara di Torino permise anche di apprezzare le doti dei modelli ultraleggeri di Stanguellini e di Gordini, entrambi derivati dal 1100 Fiat. Impressionò favorevolmente soprattutto la 1200 Simca – Gordini di Rol, giudicata dalla stampa specializzata una vetturetta di prestazioni eccezionali sotto tutti i punti di vista.
Archiviata con pieno successo l’edizione 1947 si cominciò a pensare a quella del 1948 che avrebbe ospitato, per la prima volta a Torino, e dopo ben 27 anni dalla sua costituzione, il Gran Premio d’Italia. Le condizioni climatiche in cui si svolse furono a dir poco infernali: piovve, anzi diluviò, per tutto il tempo 9 infradiciando i 25 mila spettatori e rendendo proibitive le condizioni del circuito.
In quell’edizione presero il via in venti, in una fitta nube di pioggia, e già al primo rettilineo Wimille, su Alfa Romeo, si insediò al comando dove rimase per tutti e 75 i giri della gara. Nelle cronache dell’epoca di Auto Italiana leggiamo: “...75 giri compiuti dal francese con una sicurezza sbalorditiva di autentico fuoriclasse e con un vantaggio sempre crescente, malgrado la furibonda battaglia che alle sue spalle si era accesa tra Villoresi (Maserati) e Sommer (Ferrari) dimostratisi in breve i due lottatori più accaniti e coraggiosi dell’intera pattuglia”. Scorrendo l’articolo di Corrado Filippini, sempre su Auto Italiana, leggiamo inoltre: “...ma le maggiori simpatie sono andate alle 25 mila persone che coraggiosamente hanno sfidato il maltempo, inzuppandosi fino al midollo ai bordi della strada di corsa del Valentino”.
L’esordiente monoposto Ferrari 125F1 guidata da Sommer che salì sul terzo gradino del podio
L’edizione del 1948 passerà anche alla storia per essere stata la gara di esordio di una monoposto Ferrari in Formula 1 con tre esemplari affidati a Nino Farina, Raymond Sommer e Bira del Siam.
Il sorprendente terzo posto conquistato da Sommer, alle spalle della vittoriosa Alfa Romeo 158 di Jean-Pierre Wimille e della Maserati di Gigi Villoresi, convinse Enzo Ferrari a continuare lo sviluppo delle vetture di categoria Grand Prix che il "Drake" era propenso ad abbandonare, a causa delle spese da sostenere, già esorbitanti all'epoca.
Una curiosità: per la prima volta molti corridori, tra cui Trossi, Chiron, Manzon, Rosier, De Graffenried, Taruffi, Bira, utilizzarono il casco. Da molte parti si chiedeva di renderlo obbligatorio in gara e in prova, sull’esempio degli Stati Uniti.
Fino al 1952 non si effettuarono altre corse automobilistiche presso il circuito cittadino del Valentino. In quell’anno l’Automobile Club di Torino riuscì nell’intento, abbandonato dai più, di programmare una gara di Formula 1 nonostante le maggiori difficoltà organizzative orientassero quasi tutti in Europa, verso le più semplici e meno onerose gare di Formula 2.
Su di un tracciato assolutamente inedito presero il via tredici vetture e, tra esse, quattro Ferrari ufficiali affidate ad Ascari, Villoresi, Taruffi e Farina.
La vittoria arrise a Villoresi dopo che, uno dopo l’altro, i migliori protagonisti della gara dovettero ritirarsi per avarie meccaniche o incidenti; come quello occorso a Nino Farina (vedi foto) che dopo aver dato spettacolo per trentadue giri fu vittima di un pauroso incidente dal quale uscì incolume grazie all’uso del casco reso ormai obbligatorio.

Per due stagioni nessun rombo di motore turbò la quiete del Parco tanto caro al biondo studentino. Si dovette attendere la primavera 1955 per riuscire ad avere, ancora una volta, purtroppo l’ultima, una gara automobilistica presso il Valentino.
L’addio alle gare fu, col senno di poi, assai triste perché fu anche l’ultima gara di livello internazionale sostenuta e vinta da Ascari su Lancia. Dopo poche settimane il pilota morirà in un ancora inspiegabile incidente in prova.
Per il 1956 l’Automobile Club di Torino aveva inserito a calendario il III Gran Premio del Valentino per il 19 maggio. Ma “considerato che le principali Case di vetture da corsa (leggi Maserati, Ferrari e Vanwall) sono state costrette a rinunciare alla partecipazione al III Gran Premio del Valentino a causa di avarie meccaniche riportate dalle proprie vetture al XIV Gran Premio di Monaco, l’Automobile Club di Torino ha rinviato a data da destinarsi l’effettuazione dell’anzidetta manifestazione”.
Con questo laconico messaggio L’Automobile Club di Torino mise, forse senza averne avuta l’esatta percezione, la parola fine alle gare automobilistiche cittadine. Dopo tale data non vennero, infatti, più organizzate altre manifestazioni di quel genere e di 11 quella caratura. Problemi logistici e forse anche economici resero impossibile riportare a Torino sia la Formula 1 che le categorie minori.
Credo che molto abbia anche contribuito, in tal senso, l’inadeguatezza del tracciato stracittadino rapportata a vetture sempre più veloci e performanti.

Nel tempo trascorso a scrivere queste pagine, o a compiere l’indispensabile ricerca di materiale di archivio, ho sentito crescere dentro di me un sentimento di nostalgia per tempi ormai trascorsi e lontani.
Ritengo che chi mi stia leggendo ora sappia bene di che cosa sto parlando altrimenti non sarebbe, al par mio, un appassionato di auto e moto che hanno fatto la storia.
Torino e la Formula 1, una storia d’amore che si interruppe nel 1955
Terminata questa narrazione mi è rimasto un po’ di amaro in bocca, una sorta di rammarico non già o non solo dovuto al fatto di essere nato in anni in cui il destino dell’automobilismo cittadino si era già compiuto, ma anche, se non soprattutto, nel aver constatato come oggi siano assai poche le persone che ricordano, anche solo per sentito dire, che a Torino si sono dati battaglia piloti di prim’ordine che rispondono ai nomi di Nuvolari, Varzi, Farina, Taruffi, Ascari, tanto per citare i più noti, e vetture quali Alfa Romeo, Ferrari, Lancia, Maserati, Bugatti, Delahaye.
Forse agli appassionati della iper tecnologica e super costosa Formula 1 di oggi eventi come quelli svoltisi a pochi passi dal cento storico di Torino fanno sorridere, non importa. Noi che siamo fatti un po’ strani, noi che ci divertiamo ad andare a passeggio con auto e moto d’altri tempi, la prossima volta che ci recheremo per diletto al Parco del Valentino lo faremo con spirito diverso, socchiuderemo gli occhi e, se saremo abbastanza bravi e sufficientemente concentrati, forse ci riuscirà anche di risentire qualche motore rombare tra i silenziosi viali. Torino è stata la culla dell’automobile, non dimentichiamolo e siamone fieri.

N.B. La fonte di ogni notizia o citazione riportata è la rete Internet Un ringraziamento particolare a Donatella Biffignandi del Centro Documentazione del Museo dell’Automobile di Torino
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