Gli animali nei loghi delle auto e delle moto

Un autentico zoo viaggiante sfila davanti ai nostri occhi ogni giorno. Quanti e quali sono gli appartenenti del regno animale che sono entrati a far parte dei più prestigiosi marchi automobilistici e motociclistici? Sapete anche il perché?


Ci avevate mai fatto caso? Se sfogliassimo mentalmente un ipotetico catalogo dei marchi e dei loghi delle principali industrie che hanno fatto la storia della motorizzazione a due e a quattro ruote, nonché della meccanizzazione del comparto agricolo, ci troveremmo di fronte ad un’autentica riproposizione dell’Arca di Noè.

Ferrari con il cavallino che fu di Francesco Baracca, Peugeot rappresentata da un leone rampante, Lamborghini da un possente toro raffigurato nell’atto di caricare l’avversario. E questo giusto per citarne qualcuno.

Fin dalle ere più remote l’uomo ha subito il fascino dell’animale quale essere a lui superiore traendone ispirazione in più di un’occasione ed esaltandone le doti di forza, potenza e agilità ed elevandolo, talvolta, ad autentica divinità da riverire e rispettare. La civiltà egizia ne è un chiaro esempio; buoi, gatti o figure dalle sembianze per metà umane e per metà animali sono state oggetto di venerazione e culto.

In epoche a noi più vicine l’uomo ha cercato di identificare, se non se stesso, almeno i prodotti del proprio ingegno, commercializzandoli e propagandandoli scegliendo spesso di rappresentarli nei propri emblemi.

Fin qui ciò che è evidente agli occhi di tutti, basta volerci fare caso, ma sapete quali sono state le singole motivazioni, gli aneddoti, legati alla scelta di un animale piuttosto che un altro?

La cosa ci ha evidentemente incuriosito e sapere quali sono le storie celate dietro la nascita di questi emblemi ci ha incoraggiati ad intraprendere delle ricerche.

Veniamo così a sapere che ben due case automobilistiche, l’italiana Ferrari e la tedesca Porsche, hanno inserito il medesimo animale, un cavallo nero rampante, nei propri marchi.

Le storie di questi marchi sono ambedue interessanti e meritano di essere raccontate. Più nota quella del cavallo di Maranello. L’autorizzazione a fregiarsene fu donata ad Enzo Ferrari nel 1923, epoca in cui il futuro Drake dell’automobilismo era pilota Alfa Romeo, dalla mamma dello scomparso pilota e pioniere della aeronautica militare Francesco Baracca.

L’insegna personale di Baracca, che veniva dipinta sulle fiancate dei suoi velivoli, era tratta dallo stemma del 2° reggimento “Piemonte Reale Cavalleria” di cui l’asso romagnolo faceva parte ed è lo stesso Enzo Ferrari a raccontare, con le sue parole, quanto avvenne: “Quando vinsi nel ’23 il primo circuito del Savio, che si correva a Ravenna, conobbi il conte Enrico Baracca, padre dell’eroe; con la madre, la contessa Paolina. Fu essa a dirmi, un giorno: “Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna”. Conservo ancora la fotografia di Baracca, con la dedica dei genitori, in cui mi affidano l’emblema. Il cavallino era ed è rimasto nero; io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore di Modena”

Lo stemma della Scuderia Ferrari venne utilizzato su tutti i documenti societari a partire dal 1929. Il suo debutto su delle vetture avvenne solo nel 1932, alla 24 ore di Spa in Belgio, in quanto le vetture utilizzate fino a quel giorno, delle Alfa Romeo, riportavano il simbolo sportivo della casa milanese, un quadrifoglio verde racchiuso in un triangolo bianco.

L’esordio del cavallino non potè essere più fortunato, la gara di Spa fu, infatti, appannaggio dell’equipaggio Taruffi D’Ippolito seguita da quella di Siena e Brivio.

Francesco Baracca Stemma Ferrari

Ma come abbiamo detto non è solo la Ferrari a fregiarsi di un cavallo rampante sulle proprie auto. In epoche assai più recenti vi si è aggiunta anche la Porsche, con una giumenta nera e rampante, per la precisione, perché una giumenta è il simbolo di Stoccarda, città in cui il brand tedesco ha avuto origine. La traduzione di Stoccarda è, infatti, “giardino delle giumente”.


Porsche e la giumenta nera
del giardino delle giumente

Le motivazioni di questa scelta le traiamo da un brano della autobiografia di Ferdinand Porsche: “Nel 1952 cominciammo a valutare l’ipotesi di un marchio di fabbrica per le automobili Porsche. Già da tempo Max Hoffman insisteva a questo proposito e, facendo riferimento agli inglesi ed alla bellezza dei loro stemmi, suggerì di fare qualche cosa di simile poiché lo riteneva importante specialmente per il mercato americano.

Durante una cena a New York disegnai su di un tovagliolo lo stemma del Wurttemberg ed in mezzo posi quello della città di Stoccarda, il cavallino rampante, e sopra ci scrissi il nome Porsche.

Mi misi il tovagliolo in tasca e, tornato a Stoccarda, lo diedi a Komenda pregandolo di ridisegnare il progetto. Una volta fatto andammo al governo del Land ed in Comune chiedendo l’autorizzazione per questo marchio.

Le autorità non ebbero nulla da ridire e così, a partire dal 1953, la Porsche apparve con un proprio marchio di fabbrica.”


Natali aeronautici, e non poteva essere diversamente, contraddistinguono anche la nascita del marchio Moto Guzzi.

l’Aquila di Moto Guzzi
ha origini aeronautiche

A fondare la storica e prestigiosa azienda furono Carlo Guzzi, motorista del neonato battaglione aviatori dell’Esercito Italiano, con Giorgio Parodi e Giovanni Ravelli, ufficiali piloti del medesimo battaglione, nel lontano 1921. Tutti insieme, accomunati dalla passione per le motociclette, decisero che al termine del primo grande conflitto mondiale avrebbero costituito una società per la costruzione di motociclette basate sulle idee ed i progetti di Carlo Guzzi. Purtroppo Giovanni Ravelli non potè essere dell’impresa, pochi giorni dopo il termine delle ostilità perì in un incidente aereo. Fu in suo onore che l’Aquila entrò nello stemma della neonata Moto Guzzi.


Altre motociclette,altri emblemi, medesimo animale, l’aquila. Stiamo parlando di Ducati e Moto Morini. Purtroppo non ci è dato di sapere le motivazioni che spinsero a questa scelta.

Sta di fatto che nello stemma Ducati l’aquila venne rappresentata da prima solo con delle ali piuttosto stilizzate, siamo negli anni ’50, e poi in modo più completo, negli anni ’60, aggiungendo testa e zampe del rapace su di una scritta MOTO DUCATI inserita in una sottile bandiera che termina con una doppia punta.

Anni ’50 Anni ‘60
L’aquila decisamente stilizzata di Moto Morini

Rimaniamo ancor un poco nel campo delle due ruote e parliamo dello stemma adottato dalla CAGIVA. Nella primavera del 1978 l’elefantino, simbolo portafortuna scelto nel dopoguerra da Giovanni Castiglioni per identificare il proprio brand, fa il suo ingresso nel settore moto sovrapposto al n° 1 tricolore ereditato da Aermacchi-HD.

Una prima significativa evoluzione del marchio la si avrà nel 1985 attribuendo maggior risalto alla figura dell’elefantino tramite l’eliminazione del n° 1 tricolore. Dal 1987 al 1994 viene introdotto un nuovo elefantino vestito con un drappo a scacchiera bianca e nera, per differenziare l’attività di Cagiva Racing Division rispetto alla normale produzione di serie.

Nell’anno 2000 il centro Crimson opera un deciso restiling dell’elefantino in concomitanza con il lancio dei nuovi modelli Raptor, V Raptor e Navigator.

Stemmi CAGIVA del 1978 e del 2000

Da un elefantino all’altro, riprendiamo il filo precedentemente interrotto dei marchi legati all’automobile. Parliamo del simbolo di HF, la costola sportiva di Lancia, che fece il suo esordio pubblico con Fulvia e Stratos.

Due sono le possibili storie legate alla scelta del simbolo, la prima, poco accreditata, vorrebbe che l’idea dell’elefante fosse nata dalla semplice frase “The elephant never forgets” l’elefante non dimentica mai. Molto più corrispondente alla verità, ed anche decisamente più accattivante, la seconda versione secondo la quale fu lo stesso Gianni Lancia a scegliere l’elefante quale simbolo di vittoria. Fu lui stesso a disegnarlo nel colore blu anche se ora viene utilizzato nella livrea rossa. Si racconta che nel reparto corse si discutesse su quale fosse l’animale più appropriato da associare allo stemma HF, un animale che richiamasse il concetto di dinamismo, velocità e potenza in analogia a quanto accadeva con il mitico cavallino di Ferrari o con il toro di Lamborghini.

L’elefante rosso della squadra corse Lancia

Ad un certo punto, in mezzo allo stupore e alle perplessità delle persone presenti, a qualcuno venne in mente di utilizzare un elefantino. Immediatamente venne fatto notare che un elefante non era certo un animale dotato di grande agilità. È vero, rispose quella persona, ma quando un elefante si mette a correre non lo ferma più nessuno.


Seguendo una sorta di filo logico, da una squadra corse ad un’altra, dalla HF Lancia alla Abarth del pilota motociclistico e geniale progettista austriaco Karl Abarth. Nato a Vienna nel 1908 sotto il segno zodiacale dello scorpione, da li il simbolo del famoso marchio, Karl si distinse in età giovanile come appassionato e intraprendente pilota motociclistico.

Il proprio segno zodiacale per Karl Abarth

Le prime gare le corse e le vinse a cavallo di una Motor Thun, le successive pilotando moto con il proprio marchio. Un primo grave incidente di gara orientò il nostro alla progettazione e alle corse di sidecar fino al giorno in cui, un secondo incidente, mise definitivamente fine ai suoi interessi per il motociclismo facendolo approdare, questa volta definitivamente, al mondo delle quattro ruote.

Era il 1945 quando, dopo una breve permanenza presso il team di Rudolf Hruska, si trasferì a Merano, in Italia, a lavorare per Cisitalia.

Successivamente, nel 1949, Karl Abarth decise di fondare una propria azienda e lo fece a Torino in compagnia di Armando Scagliarini progettista e collega in Cisitalia. Il marchio che ovviamente appariva fuori degli stabilimenti era quello dello Scorpione.


Non tutti gli animali incontrati nel corso della nostra ricerca sono stati però rappresentati in stemmi di case automobilistiche o motociclistiche. Rimanendo nell’ambito degli aneddoti legati all’ambiente dell’automobilismo sportivo e delle corse raccontiamo ora di quando il celebre, ma sarebbe più corretto definirlo mitico, Tazio Nuvolari si recò in visita al Vittoriale, la rinomata residenza del Vate Gabriele D’Annunzio sulla sponda bresciana del lago di Garda.

Tazio Nuvolari al volante La tartaruga d’oro

Era il 28 aprile del 1932 e il poeta, che ammirava molto profondamente il coraggio e l’audacia del pilota mantovano, gli fece dono di una tartaruga d’oro con questa dedica: “All’uomo più veloce al mondo, l’animale più lento sulla terra”. Oltre a ciò si fece promettere dal pilota che avrebbe vinto l’imminente Targa Florio. “Quando corro, corro sempre per vincere” fu la pronta risposta del Nivola che da quel giorno si fregiò sempre della tartaruga che divenne il suo emblema.


Passiamo ora a parlare di uno dei più noti e prestigiosi marchi automobilistici di tutto il mondo nonché vanto assoluto dell’industria automobilistica italiana, l’Alfa Romeo di Milano. Quando fu fondata, nel 1910, i dirigenti dell’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, scelsero come segno di riconoscimento per le loro produzioni due noti emblemi del capoluogo lombardo: la croce rossa in campo bianco dello stendardo comunale e il Biscione visconteo che divora un nemico.

Il Biscione Alfa Romeo rimasto pressoché invariato per 90 anni

Il simbolo, che rimanda alla forza, all’intelligenza e alla potenza, appartiene alla tradizione longobarda ed era utilizzato come portafortuna, in campo azzurro, sugli stendardi di guerra.


Dall’Alfa Romeo alla Lamborghini, dal biscione al toro, ecco le vicende legate non solo alla scelta di un marchio di fabbrica ma anche ad una linea di produzione automobilistica quasi completa.

Infatti, quando Ferruccio Lamborghini, non pago di costruire esclusivamente trattori, decise di lanciarsi nel mondo delle automobili sportive di lusso, il marchio del toro che carica era già stato coniato. La scelta fu quasi obbligata in quanto Lamborghini non solo nacque sotto il segno zodiacale del Toro, ma era anche un grande appassionato di corride.

Un toro nell’atto di caricare, emblema Lamborghini da sempre

D’altro canto, come avrebbe potuto fare diversamente se, fin dal primo colloquio con lo staff di progettisti, ebbe a utilizzare la sanguigna espressione “Voglio un’auto con le palle di un toro” per esprimere il concetto tecnico alla base della sua prima auto? Più chiaro di così…

Si accennava, però, ad una produzione pressoché intera nata e cresciuta sotto l’emblema del toro. Infatti il primo modello Lamborghini fu battezzato semplicemente 350GT, ma i successivi modelli ebbero quasi tutti nomi ispirati al mondo delle corride spagnole.

Lamborghini Miura

Nomi mitici entrati nella storia dell’automobile. Miura, il nome di un allevatore che diede a sua volta il nome ad una razza di tori da combattimento; Jalpa e Gallardo, due altre razze di tori da corrida; Islero, il toro che uccise il celebre torero Manolete; Diablo, altro toro che ingaggiò un epico combattimento con il torero Jose De Lara detto El Chicorro.

Lamborghini Countach

Nomi di famosi tori anche Reventòn e Murcielago mentre per la Espada ci si ispirò all’arma che i toreri utilizzano nell’atto finale della corrida.

Rara eccezione la Lamborghini Countach. Trattasi infatti di espressione piemontese dal significato “perbacco” o “accidenti”. Parrebbe essere stata pronunciata da Nuccio Bertone quando, era il 1971, vide per la prima volta l’auto con le sue portiere ad apertura verticale.


Usciamo dai confini nazionali per interessarci della francese Peugeot e del suo leone rampante. Nonostante molti ritenessero che la preferenza per il leone fosse da attribuirsi a presunte appartenenze a casati nobiliari, il felino venne scelto per rappresentare le tre qualità essenziali delle lame Peugeot: velocità di taglio, durezza dei denti e flessibilità della lama.

Anno dopo anno l’evoluzione dello stemma Peugeot Manifesto pubblicitario d’epoca

Nato nel 1847, ma depositato come marchio solo nel 1858, nei suoi quasi 160 anni di storia il logo Peugeot è cambiato notevolmente quasi volesse rimanere al passo con i tempi e il mutare delle mode.

Peugeot, infatti, non nasce come casa automobilistica. Dall’anno della sua fondazione, il 1810, produce un po’ di tutto: stecche per ombrelli, macinapepe, seghe a nastro fino a trasformarsi nella più importante fabbrica nazionale di biciclette e, dal 1890, di automobili.

Ultima e più sostanziale modifica nel 1998 l’anno in cui il leone non si presenta più in campo nero ma su sfondo blu. Per questo motivo la Peugeotte è oggi nota con l’appellativo di Blue Brand.


Da leone a giaguaro il passo non è solo breve, è addirittura scontato. Le origini della britannica Jaguar risalgono al 1922 anno in cui un non ancora ventunenne appassionato di motociclette, Bill Lyons, incontrò William Walmsley che stava realizzando un sidecar con caratteristiche molto particolari.

Intravedendone le potenzialità commerciali, e non appena diventato maggiorenne, William Lyons fondò, in società con Walmsley, la Swallow Sidecar Company in quel di Blackpool. Correva l’anno 1922.

Il nome Jaguar venne utilizzato per la prima volta dalla Standard Swallow dalla metà degli anni ’30 quando l’agenzia pubblicitaria che si occupava della propaganda del marchio propose “Jaguar” come nome di nuovi modelli particolarmente raffinati.

Da quel momento le nuove autovetture vennero chiamate S.S. Jaguar. Il nome “Jaguar” fu una scelta particolarmente riuscita, in quanto evocava grazia felina ed eleganza, abbinate a docilità, ad una impressionante potenza e ad una straordinaria agilità.

Il marchio Jaguar esordì nel 1945

L’utilizzo commerciale del marchio Jaguar, in luogo della precedente ragione sociale Standard Swallow, avvenne nel 1945. L’acronimo “SS” delle auto inglesi venne ritenuto, a ragione, assai funesto e di dubbio gusto.


Continuiamo a parlare inglese, questa volta però si tratta dello slang a stelle e strisce di oltre oceano. Ci occupiamo, infatti, della americana Dodge e del suo ariete.

Nel 1901 John Francis e Horace Elgin, trasferirono la loro ditta, la Dodge Brothers Bicycle & Machine Factory, a Detroit.

I fratelli Dodge Il primo logo Dodge

Era il 1914 quando i fratelli Dodge decisero di avviare una propria industria automobilistica, la Dodge Brothers Motor Vehicle Company.

Il 1920 fu purtroppo un anno nefasto che segnò per sempre i destini di questa azienda, a poca distanza di tempo l’uno dall’altro entrambi i fratelli Dodge scomparvero. Nel 1925 la Dodge Brothers Company passò di mano acquistata dalla Dillon, Read & Company e tre anni più tardi, il 31 luglio 1928, la Dillon Read cedette a sua volta la Dodge alla Chrysler Corporation.

Il primo logo utilizzato era costituito da due “delta” incrociate a formare una sorta di stella di David. È probabile che le due “delta” simboleggiassero le due D dei fratelli Dodge.

L’ariete divenne il simbolo ufficiale solo dal 1992 anche se venne usato diverse volte già negli anni ‘50

L’ariete rosso Dodge adottato su tutti i modelli dal 1953

Un vero significato da attribuire alla scelta dell’ariete non è noto. Ciò che si sa è che era un ornamento già utilizzato negli anni ’30 per decorare il cofano o il tappo del radiatore. Qualcuno però azzarda una suggestiva ma comunque credibile ipotesi, nel 1953 con la nascita del motore RED RAM HEMI lo stemma dell’ariete comincia ad apparire su tutte le vetture Dodge. E sapete quale sia il significato di RED RAM? Ma ARIETE ROSSO, mi sembra ovvio.


Dopo tante aziende che hanno legato la propria storia e le proprie fortune commerciali con la produzione di motoveicoli e autoveicoli, narriamo ora le vicende di due marchi simbolo della meccanizzazione in agricoltura.

È il caso della veneta Carraro e della americana John Deere, aziende produttrici di trattori e macchine agricole in genere.

Il marchio Carraro, ieri e oggi

Nel 1910 Giovanni Carraro, meno che ventenne, costruisce la prima macchina agricola multifunzionale. In breve trasforma la sua bottega di fabbro in un complesso industriale che produce seminatrici e, successivamente, trattori tradizionali. Nel 1960 Antonio, il più giovane dei suoi sei figli, fonda la Antonio Carraro di Giovanni: nasce il primo trattore monoasse “Scarabeo”.

Purtroppo non abbiamo notizie certe e riferibili dei motivi che spingono i Carraro a puntare proprio su dei cavalli per rappresentare la propria azienda. Possiamo solo formulare una ipotesi, non era forse il cavallo l’animale utilizzato nelle campagne per quei lavori che la meccanizzazione la industrializzazione del mondo agricolo ha delegato ai trattori?


È uno dei simboli più conosciuti in agricoltura e, da sempre, è sinonimo di alta qualità dei prodotti. Stiamo parlando della statunitense John Deere il cui primo marchio, un cervo disegnato nell’atto di saltare un tronco, venne adottato addirittura nel 1876.

L’esigenza di rappresentare la propria azienda tramite un marchio sorse per contrastare possibili frodi e imitazioni del proprio prodotto, lame per aratri.

Nel corso degli anni il simbolo della John Deere subì notevoli modificazioni ma sempre il cervo che salta ha avuto una posizione centrale e rilevante.

La più sostanziale modificazione venne introdotta nel 1950, le corna vennero rivolte verso l’alto, come in tutti i cervi dalla coda bianca del nord America, e venne eliminata la figura del tronco d’albero.

Con l’ingresso nel nuovo secolo John Deere lancia il nuovo stemma per la propria azienda. Dopo essere stato rappresentato per anni da un cervo che salta quest’ultima versione, per la prima volta, mostra un cervo che si protende verso l’alto e non con le gambe che si accingono a toccare il suolo.

Il marchio adottato dall’anno 2000

Una caratteristica positiva scelta all’unanimità dai membri della direzione societaria, riuniti per l’aggiornamento del marchio, proprio per voler significare l’impegno del brand statunitense a voler rimanere a lungo leader del settore, pronto a spiccare un salto verso il futuro pur rimanendo fedele alla propria storia.


Concludiamo con la svedese Scania la carrellata delle aziende che per i motivi più diversi hanno deciso di legare la propria immagine commerciale a rappresentanti del regno animale.

Scania è un’azienda produttrice di veicoli industriali e motori diesel la cui storia iniziò prima della prima grande guerra. La sede è a Södertälje nella omonima e più meridionale contea svedese di Scania.

Lo stemma della contea di Scania Il logo Scania

Il segno di riconoscimento di questa azienda è un grifone rosso, animale mitologico dal corpo di leone e dalla testa d’aquila, disegnato su campo blu e riprende lo stemma della contea svedese.


Abbiamo così terminato la nostra passeggiata attraverso i marchi delle aziende unite dal medesimo comune denominatore di un marchio ispirato alle caratteristiche e alle qualità di animali. Quante e quali cose ci hanno insegnato gli animali in automobile.

Oggi come allora, come al tempo dei nostri antichi progenitori, degli uomini ben più evoluti e istruiti di loro hanno subito, più o meno inconsciamente, il medesimo retaggio e il fascino di questi magnifici esseri viventi.

Che a ispirare questi imprenditori fosse la forza, la velocità, oppure la raffinata eleganza di questi animali; che si trattasse dell’indomito senso di libertà o di qualsiasi altra dote positiva poco importa.

Ripercorrere la pista tracciata da questi animali virtuali è stato come attraversare oltre un secolo di storia dell’industrializzazione, della meccanizzazione e della locomozione perché, inevitabilmente, scoprire quali sono state le logiche che si nascondevano dietro la scelta di un marchio ci ha messo in condizione di conoscere altresì le storie degli uomini audaci e ingegnosi che quelle scelte le avevano attuate.

Uomini che con la loro determinazione hanno tracciato un solco profondo in questo secolo, il ‘900, che si è appena concluso e che, non credo mi si possa smentire, ha segnato tanti cambiamenti radicali nei costumi di ognuno di noi.

Un secolo straordinario, per certi versi rivoluzionario, e di queste rivoluzioni e a questi uomini noi, che amiamo le loro auto, le loro moto, i loro mezzi agricoli, tributiamo un sentito ringraziamento.

N.B. La fonte di ogni notizia o citazione riportata è la rete Internet

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